Calcinacci

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Calcinacci, 2025/26

Chi stabilisce che ciò che è da buttare, residuo, materia grezza ormai priva di vita non possa offrire una nuova prospettiva?

Per me Calcinacci è una presenza viva, potente e trasformativa di come il lavoro manuale compiuto dall’uomo sia esperienza e conoscenza, di sé, della materia delle cose e dell’altro. Ciò che è scarto, diventa scoperta, incontro, prospettiva, gioiello.

È la dimensione dell’amore che l’essere umano mette nel lavoro che ha il potere di trasformare le cose od almeno è quello che questo lavoro rappresenta per me.

passato e presente…memoria…spazio biancoe il nero che non è una semplice proiezione di luce, ma il peso del passato che accompagna il presente. È la prova che, nonostante la rinascita artistica, l’origine rimane un’assenza incolmabile, estratta e rimossa dal suo contesto inizialmente funzionale. 

il mio lavoro di ricerca e di indagine si compone sempre in spazi bianchi e asettici.

Mi interessa catturare l’attenzione in uno spazio incontaminato, che non permetta distrazioni e di pensare ad altro. E’ qui che la mia rappresentazione offre all’oggetto una nuova vita e dimensione propria.

Anche quando si tratta, come in questo progetto, di oggetti vecchi e di recupero che raccontano la memoria di uno spazio carico di storia, poi abbandonato e ora riconvertito.

Calcinacci è la mia rappresentazione autobiografica della manualità. Per alcuni anni ho vissuto l’esperienza di lavorare in prima persona con la mia compagna al recupero di una vecchia fabbrica, prima cappellificio e poi calzaturificio. Metri quadrati che per altri erano solo valore immobiliare, ma per noi, erano presenza di quella ricchezza manifatturiera che ha e che ancora caratterizza il paese di Montevarchi, dove attualmente viviamo. Gli spazi erano abitati dalla memoria della vita, di quella vita legata al lavoro che è fondante una società, ne diventa ricchezza collettiva, storia, vissuto condiviso …ormai quasi estinto.

Allora ogni intervento volto al recupero era segnato dall’agire in punta di piedi, cercando di conservare quanto più era possibile. Le tracce, le stratificazioni di colori, scritte sui muri sono stati per me scoperta, presenza e memoria e a poco a poco quello che doveva essere scarto veniva accantonato con cura, come reperti archeologici carichi di significato.

Dopo il tempo del lavoro di cantiere è tornato il tempo di dedicarmi alla mia ricerca artistica attraverso la fotografia e quei reperti che tutti mi chiedevano perché fossero preziosamente e gelosamente conservati diventano materia di nuova indagine, carichi di sentimento, amore e responsabilità. Parlano di me, di noi, ma sono carichi di “loro” ed è questo che racconto con calcinacci.