l’arno, un percorso visivo 2005-06

2006 > 2010

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L’Arno un percorso visivo, lambda print on dibond under plexiglass and
wood’s frame, cm 125×150 edition of 3

 

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L’Arno un percorso visivo, San Giovanni Ar 2006, lambda print on
dibond under plexiglass and wood’s frame cm 125×150 edition of 3

 

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L’Arno un percorso visivo, Bacino dell’Arno Levane Ar 2006
lambda print on dibond  wood’s frame cm 100×120 edition of 3

 

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L’Arno un percorso visivo FotoGrafia, International festival of photography 2006
Ex Mulino Biondi, Roma 2006

 

 

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L’arno un percorso visivo, installation view in Piazza della Passera, Firenze 2006
ink-jet print on pvc cm 125X150.

 

PHCapalbio Photografia, Capalbio Collective Landscape PhC Capalbiofotografia » PhC 2012

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Quella di Maver per la fotografia è una passione intensa. Una passione che si rigenera ogni volta perché gli consente di dar forma al suo sentire, espresso attraverso sguardi lunghi e meditati sulle cose, quasi che nell’intensità della visione colga di esse una sostanza atemporale, nella quale riconoscere il proprio senso interiore, teso alla pienezza della calma e della quiete. I suoi soggetti appartengono all’ordinario della vita, sono privi di un qualche significato, non svelano alcun contenuto riposto. La forza evocativa della fotografia di Maver sta proprio nella capacità del suo sguardo di trarre dalla casualità la presenza indefinibile della bellezza, la cui legge è la contemplazione, che fluisce in un tempo esteso ampliamente e placidamente, dando respiro e libertà, libertà sempre.

Nella fermezza delle riprese si attua l’incontro, la relazione tra la sostanza di quello che egli vede e l’intensità con la quale egli la vede. Le immagini della serie dedicata all’Arno, nette precise, si intendono allora come un percorso, visivo e interiore insieme, che si svolge sia attraverso scatti ravvicinati – così da cogliere la grazia di una ragnatela nella sua transitoria stabilità, leggera e solitaria in mezzo agli arbusti; o l’imperio della natura che scaturisce con il vigore gentile di un canto dalle cime delle piante cariche di boccioli, dalle frasche di querciola, aspre asciutte, a tratti aguzze; come dalla vischiosa consistenza materica del muschio sedimentata sui ciottoli che qua e là affiorano dall’acqua –, sia con riprese a tutto campo per contenere l’orizzonte, per trattenere, si direbbe, la coralità della visione. Quella di una collina sfumata dalla neve, ad esempio, che si profila contro il bianco di un cielo assente; o di una boscaglia, guardata dal di dentro durante il cammino, dove gli alberi immersi nella nebbia paiono tremule rigature d’inchiostro colate sulla carta.

E poi il fiume, visto in tutta la sua ampiezza, dal colore incerto, disteso sul terreno parimenti ad una lacca densa e pesante, come osservato nella fisicità della materia di cui si compone. Una materia sorda, che abbatte inesorabile la freschezza della vegetazione delle sponde. Una materia che denuncia la complessità anche tragica dei processi di trasformazione subiti dal paesaggio moderno. Queste fotografie, tuttavia, non consentono alcun indugio nostalgico, spingono anzi oltre i luoghi della memoria, per via di una certa immediatezza, di una presa d’atto piena e ferma del presente. Conducono piuttosto a pensieri sull’essenza dell’acqua, in quanto elemento originario della vita, principio creatore a nutrimento della natura delle cose fin dall’inizio dei tempi. Un’entità ispiratrice per animi sopiti che si rivolgono a lei perché paradigma di potenza generatrice di energia. Ma al contempo forza distruttrice, nella terribilità del suo addensarsi diventando massa implacabile, come quella che si abbatté su Firenze quarant’anni or sono, il cui anniversario, fissato nel corrente 2006, è stato per Maver motivo di riflessioni commosse e stimolo ulteriore per l’avvio della ricerca. Una foto di un attimo di scroscio schiumoso pare sia l’immagine di una porzione di minerale, frastagliata da taglienti coagoli di cristalli.

Più volte si è recato alla centrale elettrica di Levane nel Valdarno, attirato dalla sua costruzione e da quella della diga ad essa collegata, dagli ingranaggi meccanici che governano la forza dell’acqua convertendola in fonte energetica. Le fotografie da lui scattate alle paratoie regolatrici dei flussi raccontano di emozioni, di intensità provate. Come se di fronte a quei materiali grevi della costruzione egli si sia posto in ascolto, un ascolto rispettoso riflettendo sull’operosità dell’uomo che generazione dopo generazione ha fronteggiato la natura. Tanto che il suo sguardo, concentrandosi progressivamente, man mano scorrendo i piani, gli spazi, le crepe, i muri, fino a giungere agli oggetti, per osservarli da vicino, lentamente, avesse colto armonie nuove, rispondenti a sentimenti profondi.

Forme in potenza astratte, liberate dall’oggettività delle cose, come l’immagine di un tratto di catene riprese di fianco su triplice fila, contro la parete di una paratoia. Dove gli effetti della luce, a schiarire la bigia densità oleosa che a grumi cola anche lungo i muri, rivestono il banale di un senso di meraviglia. C’è una tensione in queste foto tra stupore e testimonianza, tra  incanto e documento, dalla quale scaturiscono visioni ferme tese concise, necessarie ad esprime un riconoscimento fisico e metafisico dei soggetti, grazie anche all’uso del colore, alla sua dosata alta risoluzione, e quello metafisico dei temi.

Anna Maria Amonaci